Se crediamo che una volta risolta la dipendenza dal petrolio, l’umanità avrà risolto tutti i suoi problemi (ovviamente ci riferiamo al settore energetico produttivo), ci sbagliamo di grosso. La popolazione mondiale aumenterà nei prossimi decenni e con essa ovviamente crescerà a dismisura la richiesta di risorse per l’industrializzazione e la digitalizzazione.
Cosa significa questo?
Che nella corsa al progresso tecnologico gli Stati faranno a gara per assicurarsi l’accesso alle materie prime. Da sottolineare che la necessità di fermare il cambiamento climatico e la ormai, quasi da tutti, accettata transizione energetica, ha bisogno di metalli, minerali e materiali biotici che sono utilizzati nelle tecnologie che permettono zero emissioni.
Le previsioni arrivano dall’Ocse che stima che la domanda globale di materie prime raddoppierà nel 2060. Oggi ne usiamo 79 miliardi di tonnellate, fra 40 anni il fabbisogno crescerà a 167 miliardi di tonnellate. L’evoluzione tecnologica sempre più rapida, insieme alla crescita delle economie emergenti, hanno portato a una domanda crescente, anche se a volte volatile, di diversi metalli e minerali.
Garantire l’accesso a una fornitura stabile di tali materie prime critiche è diventato un importante sfida per le economie nazionali e regionali con limitate risorse naturali autoctone, come l’economia dell’Ue, che dipende fortemente dalle forniture importate di molti minerali e metalli necessari all’industria.
Per questo si teme (e lo stiamo vivendo oggi nella guerra in corso) che la concorrenza per le risorse (limitate) poterà a instabilità politica e conflitti fra Paesi importatori.
Come afferma il Green Deal europeo del 2019, illustrato dalla Commissione Ue, si riconosce l’accesso alle risorse come una questione strategica di sicurezza per poter arrivare al 2050 senza generare più emissioni nette di gas a effetto serra. Per raggiungere l’obbiettivo di neutralità climatica è necessario un continuo e sostenibile approvvigionamento di materie prime e secondarie che sono essenziali per i settori
dell’energia rinnovabile. Pensiamo all’e-mobility, al digitale, allo spazio e anche alla difesa.
La politica europea vuole evitare di trovarsi dipendente da singoli Paesi. Stiamo assistendo oggi ai risultati di una dipendenza esclusiva e quindi dannosa con la Russia per quanto riguarda il gas che sta provando spiacevoli conseguenze economiche in Europa.
La nuova realtà geopolitica ci ha costretti ad agire in fretta e drasticamente transitando verso l’energia pulita per aumentare così l’indipendenza energetica dell’Ue da fornitori inaffidabili come la Russia, appunto.
Si chiama REPowerEU, il piano della Commissione europea che vuole rendere il nostro Continente indipendente dai combustibili fossili russi ben prima del 2030.
La Ue ha dunque come obbiettivo anche una diversificazione strategica e una netta riduzione dalle dipendenze da singoli paesi terzi, per quanto concerne le materie prime.
Ma quale è la reale situazione? Prendiamo dalla Cina circa il 98% delle terre rare, dalla Turchia il 98% del borato, dal Sudafrica il 71% del platino e una percentuale ancora più alta per i materiali del gruppo del platino: iridio, rodio, rutenio. Il Cile ci fornisce il 78% del litio.
Per ognuno di questi materiali siamo fortemente dipendenti da un singolo Stato. L’unica possibile diversificazione resta quella di non comprare più materie prime dallo stesso Paese.
Per quanto l’Unione europea si sforzi a diversificare la Cina resta il più grande fornitore globale per la maggior parte delle materie prime critiche, parliamo del 44% del materiali, soprattutto di antimonio, bismuto, magnesio, REE, ecc.
Il fatto che una sola potenza mondiale detenga quasi la metà delle risorse aumenta vertiginosamente il rischio di carenza di approvvigionamento e la vulnerabilità dell’offerta lungo la catena di produzione.
La probabilità di interruzione della fornitura è ulteriormente aumentata dal fatto che il trattamento, la fusione e la raffinazione di molti metalli sono concentrate in un piccolo numero di Paesi. Non solo, alcuni Paesi produttori controllano rigorosamente le esportazioni di materie prime al fine di salvaguardarle (sono limitate, non dimentichiamolo) e dunque per le loro industrie nazionali, imponendo una serie di misure di restrizione all’esportazione che portano a una limitazione concreta del libero mercato.
Per rispondere a questa crescente preoccupazione di garantire materie prime preziose per l’economia dell’Ue, la Commissione Europea ha lanciato nel 2008 la European Raw Materials Initiative. Una strategia integrata che stabilisce misure mirate per garantire e migliorare l’accesso alle materie prime per l’Unione.
 
Una delle prime azioni del RMI (Raw Materials Initiative) è stata quella di stilare un elenco di risorse assolutamente necessarie per l’Ue.
Il primo elenco è stato pubblicato nel 2011 e viene aggiornato regolarmente ogni tre anni. L’aggiornamento consiste nel valutare la criticità delle suddette materie prime in Europa, ossia quantità e qualità disponibili. Vengono considerate materie prime critiche quelle che hanno un’elevata importanza economica e un alto rischio di approvvigionamento. La prima valutazione risale al 2011 e aveva individuato 14 materie prime critiche. Nel 2014, 20 e nel 2017, 27.
Nel 2020 è stata pubblicata la quarta valutazione tecnica delle materie prime critiche per l’Ue che copre un numero maggiore di materiali. Ecco quali sono:
Antimonio, barite, berillio, bismuto, borato, cobalto, carbone da coke, fluorite, gallio, germanio, afnio, terre rare pesanti, terre rare leggere, indio, magnesio, grafite naturale, gomma naturale, niobio, metalli del gruppo del platino, fosfato roccia, fosforo, scandio, silicio metallico, tantalio, tungsteno, vanadio, bauxite, litio, titanio, stronzio.
 
Quale è lo scopo di questi report? La valutazione e l’elenco delle materie prime critiche hanno come intento quello di segnalare i rischi di approvvigionamento di materiali importanti per l’economia dell’europea. Contribuiscono a garantire la competitività delle filiere industriali dell’Ue dovrebbe anche aiutare a incentivare la produzione di materie prime critiche e facilitare il lancio di nuove attività minerarie e di riciclaggio. L’elenco viene utilizzato anche per stabilire la priorità dei bisogni e delle azioni. Ancora, serve da elemento di supporto durante la negoziazione di accordi commerciali e per
promuovere azioni di ricerca e innovazione.
 
Quali conseguenze ha la guerra in Ucraina scatenata dalla Russia sul mercato delle materie prime critiche?
Mosca è il principale produttore al mondo di palladio, il terzo di nichel e alluminio e tra i principali esportatori di acciaio e carbone. Insieme alla nemica Ucraina detiene il 10% delle riserve di ferro mondiali.
Si parla tantissimo della crisi del grano, definita anche guerra del pane, soprattutto per i risvolti drammatici che a breve termine avrà nel continente africano. Ma il grano è un materiale non critico, infatti ci sono altri luoghi al mondo da cui poterlo acquistare. Mentre 27 miliardi di tonnellate di ferro, molte delle quali conservate a Mariupol sono impossibili da rimpiazzare in pochi anni. Ci vogliono decenni per trovare nuovi giacimenti e far partire l’estrazione.
L’Ucraina ha da sola il 5% delle risorse minerarie globali. La più grande riserva di manganese d’Europa, la seconda di gallio e ancora di uranio e titanio e oltre il 20% di riserve di grafite (la quinta nazione al mondo).
E il titanio? E’ vero che è presente ovunque ma ricordiamo che solo poche nazioni lo producono a scopi commerciali. A cosa serve? Dagli aerei, alle navi, ai satelliti, fino alle protesi mediche.
Quest’anno possiamo dire con estrema certezza che non avremmo abbastanza carbone, alluminio, palladio e nichel (e senza il nichel come produrremo automobili a emissioni zero?). Non solo, per produrre batterie per veicoli elettrici serve anche il litio- che è vero, non acquistiamo dall’Ucraina -ma in Ucraina, proprio nel Donbass ci sono importanti giacimenti che erano stati attenzionati da molte società minerarie
internazionali e che potevano servire per la diversificazione dall’importazione dal Cile.
Senza platino, palladio e titanio lo sviluppo tecnologico avrà una brusca frenata. Perché forse non sapete che questi tre materiali sono utilizzati per i convertitori catalitici che riducono la concentrazione di inquinanti e le emissioni. Fondamentali soprattutto per le celle a combustibile dei veicoli a idrogeno e negli apparecchi per l’elettrolisi.
E il nostro Paese?
Le principali materie prime strategiche per l’Italia, in quanto a volumi importati nel 2020, sono, nell’ordine:
1. Oro
2. Bauxite (necessaria alla produzione di allumina e, conseguentemente, di alluminio)
3. Argento
4. Platinoidi (necessari alla manifattura dei catalizzatori per i veicoli)
5. Rame (largamente usato nell’industria elettrica ed elettronica per la sua conducibilità)
6. Nichel (serve per produrre l’acciaio inossidabile e le batterie)
7. Zinco (si utilizza nelle leghe come l’ottone)
8. Titanio (impiegato nei settori aerospaziali, chimico e biomedicale)
9. Carbone coke (utilizzato nella produzione dell’acciaio)
10. Manganese (utilizzato nella produzione dell’acciaio)
Molte di queste materie critiche, come avete potuto leggere nell’elenco, arrivano proprio dalle terre in guerra.
 
Il Gruppo Ecotec processa da quasi 20 anni soluzioni di economia circolare, rivolte al recupero dei metalli e leghe preziose ed è attualmente impegnato in progetti per l’estrazione, da residui industriali di diversa natura, di elementi critici quali scandio e vanadio e strategici quali nichel, alluminio (allumina) e ferro.

 

Cosa si intende con il termine “tailings”? In italiano si traduce “sterili” e nell’industria mineraria si riferisce al materiale di scarto, un rifiuto appunto, che rimane dopo che la maggior parte dei minerali desiderati sono stati estratti attraverso la lavorazione in impianto della miniera. In base al processo che li generati, i tailings sono operativamente chiamati con nomi diversi. Un esempio tipico è quello dei fanghi rossi, che prendono il nome dal tipico colore (dovuto di solito al contenuto di ossidi di ferro) e non danno indicazioni sul processo che li ha generati.

Infatti, si chiamano fanghi rossi sia i residui della raffinazione della bauxite con processo Bayer sia i residui della lisciviazione acida dei minerali contenenti zinco e piombo. In generale questi materiali, per quanto definiti “sterili”, sono materiali che contengono ancora concentrazioni significative dei metalli oggetto dell’estrazione, con l’aggravante che le matrici sono costituite da particelle molto fini di roccia macinata o frantumata e minerali mescolati con acqua e altre sostanze chimiche aggiunte nei processi di estrazione di metalli dai minerali.

Perché ce ne occupiamo? Per quanto appena visto, lo smaltimento degli sterili è un passaggio fortemente critico nella filiera di estrazione di metalli dai minerali, per le sue potenziali conseguenze ambientali. Ogni tipologia di sterili ha le sue specifiche problematiche, ed in passato la gestione di tali scarti era fatta con la sola ottica del “liberarsi del problema” senza badare alle conseguenze. Solo in tempi relativamente recenti, l’evoluzione delle normative ed una crescente sensibilità ambientale hanno contribuito ad indirizzare la gestione dei tailings verso modalità più rispettose dell’ambiente e della salute pubblica.

Facciamo alcuni esempi; i tailings della raffinazione della bauxite, per produrre allumina smelter grade, sono scarti generati nella filiera di produzione industriale di alluminio. Ogni anno vengono prodotti, a livello mondiale, circa 150 milioni di tonnellate tali scarti. Una singola raffineria di bauxite può produrre da 1 milione fino a 2,5 milioni di tonnellate anno di “bauxite residue” o “red mud” o “fango rosso”.

Questo materiale ha un contenuto di soda caustica, residuo del processo estrattivo, sufficiente a rendere il materiale corrosivo. In passato, questo materiale veniva smaltito, col suo carico corrosivo, abbancandolo in bacini di lagunaggio oppure disperdendolo in mare (pratica che oggi ci sembra assurda ma che era prassi comune, in Europa Occidentale, anche in un recente passato). In alcune situazioni più “evolute”, il materiale veniva abbancato in bacini di stoccaggio, previa neutralizzazione del carico corrosivo sfruttando il potere tamponante dell’acqua di mare. Questa condotta ha avuto, negli anni, pesanti conseguenze.

La dispersione a mare, finché ha continuato ad essere praticata, ha fortemente danneggiato la pesca, mentre l’abbancamento del materiale non neutralizzato ha causato, nel 2010, il famoso incidente di Ajkai, in Ungheria. In questa occasione, la rottura delle dighe di contenimento del bacino di lagunaggio dei fanghi rossi ha causato la dispersione del contenuto nel circondario, invadendo alcuni villaggi vicini. In conseguenza di ciò, morirono dieci persone e circa centocinquanta persone furono seriamente ustionate dal materiale corrosivo. Inoltre, circa quaranta chilometri quadrati di territorio furono contaminati con i fanghi tracimati.

Da quel momento, nell’Unione Europea, i tailings “bauxite residue” devono essere neutralizzati, prima del loro abbancamento.

Un altro esempio di contaminazioni indotte dalla non corretta gestione di tailings sono gli sterili provenienti dall’estrazione di minerali solfidici (ad esempio le blende e le galene da cui estrarre zinco e piombo). Questi sterili contengono grandi quantità di pirite e solfuro di ferro, che sono gli scarti di risulta dopo l’estrazione dello zinco e del piombo, oltre a quantità residue di zinco e piombo.

Purtroppo, questi scarti di lavorazione sono reattivi all’aria in presenza di microrganismi che generano reazioni che aiutano la solubilità dei metalli residui; inoltre le stesse lavorazioni che hanno generato i tailings anno reso comunque “mobili” e lisciviabili i metalli in essi contenuti. Questi fenomeni possono dare origine, se gli abbancamenti di tailings non sono gestiti correttamente, al cosiddetto “drenaggio di mine acide”, ovvero il trasporto e dispersione nell’ambiente di metalli e contaminanti, mediante la loro dissoluzione in acqua, ad esempio per esposizione a precipitazioni atmosferiche. Questi fenomeni sono noti, ad esempio, negli enormi abbancamenti lasciati in eredità, in Sardegna, dalle pregresse attività estrattive e di raffinazione del minerale zincifero.

L’evoluzione successiva delle attività di lavorazione delle blende e galene ha imposto, in Europa, la creazione di discariche controllate per gli sterili e, successivamente, l’impiego di processi di stabilizzazione ed inertizzazione dei materiali, prima di poterli abbancare in esse.

Ovviamente, a livello mondiale, la gestione dei tailings dipende dall’origine e composizione dei materiali e dalle normative locali vigenti. In Europa occidentale, gli abbancamenti pregressi sono oggetto di studi ed attività per ridurre o eliminare l’impatto ambientale e sulla salute pubblica, in ossequio al quadro normativo.

Ecotec studia da oltre venti anni dei trattamenti su tailings della produzione dello zinco. Inizialmente tali trattamenti erano mirati a rendere stabile e inertizzato chimicamente il materiale da abbancare, ed il risultato di tali studi ha prodotto un processo brevettato, utilizzato su licenza da stabilimenti ex ENI, attualmente Glencore. Negli ultimi dieci anni, con l’avvento dei dettami dell’economia circolare, la ricerca si è concentrata sull’estrazione dei metalli ancora contenuti negli sterili (principalmente zinco, piombo, argento e ferro) in forma chimica valorizzabile. Anche in questo caso i processi messi a punto sono stati protetti da brevetti dedicati e sono prossimi all’impiego industriale,

Seguendo lo stesso approccio, Ecotec ha studiato, messo a punto e protetto con brevetti diversi trattamenti capaci di estrarre dalla “bauxite residue” l’allumina presente, anche in forma di allumina ultrapura (di grado 3N, 4N e 5N, dal grande valore aggiunto), ghisa, scandio ossido ed altre terre rare presenti nel residuo.

E’ imminente la realizzazione di un primo impianto dimostrativo, per l’applicazione della versione più evoluta di questo processo.

Prima di tutto spieghiamo cosa significa End of Waste. Si tratta di quel processo di recupero eseguito su un rifiuto. Badate bene, non il risultato finale, ma quell’insieme di operazioni che permettono a un rifiuto di tornare a essere utile come prodotto.

Sembrerebbe dunque che end of waste, cessazione della qualifica di rifiuto al termine di un processo di recupero, sia sinonimo di economia circolare.

Ma è davvero così? Non del tutto. Cerchiamo quindi di spiegare con parole semplici cosa si intende per cessazione della qualifica di rifiuto.

La nozione di end of waste nasce in ambito comunitario con la direttiva 2008/98/CE del 19 novembre 2008, direttiva quadro in materia di rifiuti. Nella Ue un rifiuto cessa di esserlo quando è stato sottoposto a un’operazione di recupero e soddisfa tutte le precise condizioni stabilite dall’art. 6 della direttiva quadro, come modificata dalla Direttiva 2018/851/UE.

Devono essere soddisfatte queste condizioni:

-la sostanza o l’oggetto sono destinati ad essere utilizzati per scopi specifici;
-esiste un mercato o una domanda per tale sostanza od oggetto;
-la sostanza o l’oggetto soddisfa i requisiti tecnici per gli scopi specifici e rispetta la normativa e gli standard esistenti applicabili ai prodotti;
-l’utilizzo della sostanza o dell’oggetto non porterà a impatti complessivi negativi sull’ambiente o sulla salute umana.

A questo punto il rifiuto risultante dal processo di recupero non è più tale in quanto è oggettivamente divenuto un prodotto.

Ergo, la sottoposizione del rifiuto a un’operazione di recupero affinché possa cessare di essere tale, deve essere intesa quale operazione il cui principale risultato è quello di permettere al rifiuto di svolgere un ruolo utile, sostituendo altri materiali che sarebbero altrimenti utilizzati per assolvere ad una particolare funzione all’interno dell’impianto o nell’economia in generale (come ha stabilito Cass. Pen. n. 19211 del 21 aprile 2017).

Sottoprodotti ed end-of-waste: che differenza c'è? | Ecol Studio

Nel 2010 l’Italia, nel recepimento della normativa comunitaria, ha emanato il Dl del 3 dicembre 2010, n. 205 che ha integrato la norma di riferimento italiana in materia di ambiente: così il Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152 – Testo Unico ambiente, si è arricchita di una nuova disposizione ad hoc: l’art. 184-ter, rubricato “Cessazione della qualifica di rifiuto”.

La norma aggiunge, al comma 2, che “l’operazione di recupero può consistere semplicemente nel controllare i rifiuti per verificare se soddisfano i criteri elaborati conformemente alle predette condizioni”, conformandosi a quanto già suggerito dal Legislatore comunitario. Ciò significa, in pratica, che il controllo effettuato su un materiale qualificato come rifiuto che sia volto a verificarne le caratteristiche affinché esso possa cessare di essere tale è un’operazione di recupero a tutti gli effetti e necessita, perciò, di essere autorizzata secondo le procedure previste dalla Parte Quarta del citato Testo Unico ambientale.

Se dunque l’economia circolare è in sostanza un nuovo modello economico, un modo nuovo di consumare e di pensare l’utilizzo della materia, il processo di end of waste trasforma un rifiuto in una materia riutilizzabile in altri cicli produttivi. E’ da intendersi come una nuova possibilità di sfruttare le capacità di quel materiale. Aiuta la materia a non finire in discarica o negli inceneritori ma non assolve al tema della prevenzione. La prevenzione invece sta nel processo decisionale aziendale che definisce la gerarchia sui rifiuti coerentemente ai principi dell’economia circolare.

Ma End of Waste e Materie Prime Seconde sono termini intercambiabili?

Il concetto di Materia Prima Seconda o di Materie Secondarie si collega è vero al reimpiego del materiale che, in assenza di tale requisito, torna ad essere rifiuto. Ma questi concetti devono oggi essere sostituiti con quello di End of Waste. Dunque oggi il termine MPS è da considerarsi desueto e non più caratterizzato da una corrispondenza normativa, ai sensi dell’articolo 184-ter.

Non possiamo non parlare, spiegando il processo End of Waste, della sentenza n. 1229 del 28 febbraio 2018. Perché segna un passo decisivo.

Il Legislatore comunitario ha specificato che “se non sono stati stabiliti criteri a livello comunitario in conformità della procedura di cui ai paragrafi 1 e 2, gli Stati membri possono decidere, caso per caso, se un determinato rifiuto abbia cessato di essere tale tenendo conto della giurisprudenza applicabile” (art. 6, comma 4). Si tratta, dunque, di criteri che operano quali prescrizioni volte ad assicurare che determinate operazioni di recupero conducano effettivamente a generare prodotti. E’ il caso, ad esempio, del regolamento 333/2011 relativo a rottami di ferro, acciaio e alluminio, del regolamento 1179/2012 sui rottami di vetro e del regolamento 715/2013 sui rottami di rame.

Prima della sentenza, la sussistenza delle quattro condizioni da rispettare per determinare il processo di End of Waste era in capo alle singole Regioni italiane. La sentenza del Consiglio di Stato, ribalta il processo autorizzativo, affermando che: «Il destinatario del potere di determinare la cessazione della qualifica di rifiuto è, per la Direttiva, lo “Stato”, che assume anche
obbligo di interlocuzione con la Commissione. La stessa Direttiva UE, quindi, non riconosce il potere di valutazione “caso per caso” ad enti e/o organizzazioni interne allo Stato, ma solo allo Stato medesimo, posto che la predetta valutazione non può che intervenire, ragionevolmente, se non con riferimento all’intero territorio di uno Stato membro.»

In sostanza, il Consiglio di Stato riserva in via esclusiva allo Stato la possibilità di determinare i criteri di dettaglio sulla definizione delle condizioni che permettono ai rifiuti di poter diventare nuovi prodotti, realizzando quel processo di recupero risorse definito End of Waste. Il Consiglio di Stato esclude perciò espressamente, “un potere di declassificazione ex novo in sede di rilascio di nuove autorizzazioni”, aggiungendo che “né, d’altra parte, un potere così conformato potrebbe essere ritenuto conforme al quadro normativo di livello comunitario e costituzionale”. Le Regioni quindi sono sprovviste della facoltà di individuare autonomamente i criteri per la cessazione della qualifica di rifiuti, in base ai quali concedere tali autorizzazioni. Il risultato riguarda proprio gli impianti virtuosi che estrapolano dai rifiuti quei nuovi prodotti da inserire a mercato.

Le novità. E’ entrato definitivamente in vigore il 24 agosto 2021, il decreto 188/2020 – che disciplina a livello nazionale i criteri per la cessazione della qualifica di rifiuto per la carta e cartone oggetto di raccolta differenziata – superando, ma nella continuità, la disciplina delle materie prime secondarie del DM 5.2.1998. Unirima, Comieco e Assocarta, hanno prima collaborato alla stesura e poi, dopo la pubblicazione in febbraio, per mesi affinché tale decreto entrasse in vigore e la filiera si adeguasse a quanto previsto da esso.

 

Se per l’Europa, che punta sull’economia circolare, il rifiuto è diventato anch’esso una merce e non più uno scarto, è lecito chiedersi quale sia attualmente il ruolo delle discariche e se queste avranno un futuro. Ma forse la prima domanda da farsi è: oggi come oggi possiamo (già) farne a meno?

Secondo la Waste framework directive della Commissione europea, l’uso di discariche è l’opzione di gestione da considerarsi solo come una soluzione estrema.

L’Italia è uno dei paesi Ue con la maggiore quota di rifiuti speciali smaltiti in sistemi circolari di recupero, ma nonostante ciò lo smaltimento in discarica ha ancora un peso significativo, soprattutto per quanto riguarda i rifiuti cosiddetti pericolosi.

Cosa è una discarica?

E’ un luogo dove vengono depositati e fatti marcire in modo non selezionato i rifiuti solidi urbani e tutti gli altri rifiuti derivanti dalle attività umane, quindi detriti di costruzioni, scarti industriali, ecc. Scarti che in seguito alla loro raccolta, non è stato possibile riciclare, inviare al trattamento meccanico biologico eventualmente per produrre energia tramite bio-ossidazione a freddo, pirolisi o anche nell’utilizzo come combustibile negli inceneritori. Parliamo di inceneritori con recupero energetico o termovalorizzatori.

Intanto chiariamo cosa prevede la normativa italiana

Il d.lgs 13 gennaio 2003, n. 36 ha recepito la direttiva europea 99/31/CE che prevede tre tipologie differenti di discarica:

  • discarica per rifiuti inerti
  • discarica per rifiuti non pericolosi
  • discarica per rifiuti pericolosi, tra cui ceneri e scarti degli inceneritori

Cosa si classificano i rifiuti?

  • rifiuti pericolosi: i rifiuti non domestici precisati nell’elenco dell’allegato D del Dlgs. 22 del 05/02/1997.
  • rifiuti non pericolosi: i rifiuti che per provenienza o per le loro caratteristiche non rientrano tra i rifiuti contemplati come pericolosi.
  • rifiuti inerti: i rifiuti solidi che non subiscono alcuna trasformazione fisica, chimica o biologica significativa; i rifiuti inerti non si dissolvono, non bruciano ne’ sono soggetti ad altre reazioni fisiche o chimiche, non sono biodegradabili e, in caso di contatto con altre materie, non comportano effetti nocivi tali da provocare inquinamento ambientale o danno alla salute umana. La tendenza a dar luogo a percolati e la percentuale inquinante globale dei rifiuti, nonché l’ecotossicità dei percolati devono essere trascurabili e, in particolare, non danneggiare la qualità delle acque, superficiali e sotterranee.

La normativa definisce anche il piano di sorveglianza e controllo con i necessari parametri chimici, chimico-fisici, idrogeologici, meteoclimatici e topografici da determinare periodicamente con una stabilita frequenza delle misurazioni.

Cosa ha stabilito l’Unione europea?

Che in discarica devono finire solo materiali a basso contenuto di carbonio organico e materiali non riciclabili: in altre parole, dando priorità al recupero di materia, la direttiva prevede il compostaggio ed il riciclo quali strategie primarie per lo smaltimento.

Infatti, anche i residui di molti rifiuti organici, restano attivi per oltre 30 anni e, attraverso i naturali processi di decomposizione producono biogas e numerosi liquami altamente contaminanti per il terreno e le falde acquifere per cui il conferimento senza preventivo trattamento di compostaggio è da evitarsi. Se invece parliamo di plastiche è ragionevole stimare la possibilità di rilevare tracce di queste sostanze dopo la chiusura di una discarica per un periodo che va fra i 300 e i 1000 anni, per cui andrebbero trattati differentemente.

Cosa accade in Germania, Austria e Svizzera?

Questi tre Paesi hanno da moltissimo tempo eliminato il conferimento in discarica di rifiuti non trattati e le discariche sono utilizzate principalmente per lo stoccaggio delle ceneri dei termovalorizzatori o dei residui degli impianti di trattamento biologico e compostaggio.

Attualmente lo smaltimento in discarica in Italia è ancora troppo utilizzato.

Per raggiungere la chiusura virtuosa del ciclo di vita il Circular Economy Package europeo fissa dei target di recupero effettivo dei rifiuti urbani al 65% e di conferimento in discarica inferiore al 10% entro il 2035. Ma, come si legge in un recente articolo de Il Messaggero, l’Italia è lontana dall’obiettivo con ancora nel 2019 un conferimento in discarica del 20,9%; un valore 30 volte superiore a quello dei best performer europei (Svizzera, Austria, Svezia, Germania, Belgio e Danimarca) che vi ricorrono in media per lo 0,7% del totale dei rifiuti. Un dato che – secondo la ricerca – porterà nei prossimi 3 anni all’esaurimento delle discariche del nostro Paese nelle quali ogni anno vengono conferiti 17,5 milioni di tonnellate di rifiuti (urbani e speciali) che corrispondo a 26 volte il volume del Duomo di Milano. In tale scenario l’Italia presenta differenze significative tra Nord (dove le discariche si esauriranno in 4,5 anni) e Sud (1,5 anni).
Ne discende la necessità di poter gestire questa tipologia di rifiuti recuperando materia (compost) ed energia (biogas) per ulteriori 3,2 milioni di tonnellate e, di conseguenza, realizzare tra i 31 e i 38 nuovi impianti di trattamento, per un investimento complessivo di 1,1 – 1,3 miliardi di euro. Alla luce dei gap attuali, l’80% delle opere dovrà, inoltre, essere localizzato al Centro-Sud del Paese.

Regioni italiane, dove sono più presenti le discariche?

Fino al 2018 la Sardegna era la regione con il numero più elevato di discariche. Il 70,7% di queste erano però destinate allo smaltimento dei rifiuti inerti. Mentre il Piemonte era la ragione con più discariche per i rifiuti speciali pericolosi (3), un tipo di impianto esistente solo in 7 altre regioni (Lombardia, Puglia, Toscana, Lazio, Marche, Umbria e Calabria).

Esistono, tuttavia, anche degli esempi virtuosi, come quello della Piattaforma Ecotec Gestione Impianti di Assemini (Cagliari) che, proprio in Sardegna sin dal 2006, grazie all’installazione di una speciale unità di trattamento Soil Washing ed Ensolvex permette il recupero dei terreni e dei materiali da demolizione, trasformandoli in materie prime, secondo criteri che oggi sono noti come End of Waste. Link all’articolo blog end of waste

Quanto conviene all’Italia superare i problemi derivanti dalla gestione dei rifiuti?

I benefici sono significativi sia dal punto di vista economico che ambientale. A fronte di un investimento fino a 4,5 miliardi di euro, l’analisi quantifica in 11,8 miliardi di euro di indotto economico, pari a un moltiplicatore di 2,6 euro generati nell’economia per ogni euro di impatto diretto, con un gettito IVA potenziale di 1,8 miliardi di euro. La realizzazione di impianti per il trattamento della frazione organica determina inoltre un beneficio economico rilevante nelle Regioni con i minori tassi di raccolta differenziata, permettendo una riduzione della TARI per un valore complessivo superiore a 550 milioni di euro. Dal punto di vista ambientale, lo studio arriva alla conclusione che colmare il gap impiantistico per il recupero energetico dei rifiuti urbani e dei fanghi di depurazione permetterebbe un risparmio netto complessivo di 3,7 milioni di tonnellate di emissione di CO2 rispetto al conferimento in discarica degli stessi. Grazie alla produzione elettrica associata, si determinerebbe inoltre un incremento di 0,7 punti percentuali della quota di energie rinnovabili sulla generazione complessiva del Paese, contribuendo così alla transizione energetica.

Discariche e cambiamenti climatici: c’è un rapporto causa effetto? Dal punto di vista dell’emissione in atmosfera di gas responsabili dei cambiamenti climatici, le discariche per rifiuti non pericolosi e quelle per rifiuti pericolosi risultano nocive se il rifiuto non viene preventivamente trattato e differenziato. È infatti scientificamente provato dall’organizzazione internazionale sui cambiamenti climatici, IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) che i rifiuti in discarica causano emissioni ad alto contenuto di metano e di anidride carbonica, due gas serra molto attivi; una moderna discarica deve pertanto prevedere sistemi di captazione di tali gas.

I problemi delle emissioni di gas possono tuttavia essere ridotti o eliminati con l’adozione di tecniche costruttive specifiche e con il pretrattamento dei rifiuti: in particolare la raccolta differenziata di quanto riciclabile e della frazione umida (responsabile delle citate emissioni liquide e gassose), e il cosiddetto trattamento a freddo mediante cui si accelera la decomposizione dei rifiuti prima del conferimento in discarica. Come detto, la stessa Unione europea vieta il conferimento di materiale organico in discarica.

Presso il proprio Centro Ricerche di Macchiareddu, Ecotec è impegnata nello studio di nuovi processi e tecnologie per il trattamento alternativo ed il recupero dei metalli dagli scarti dell’industria metallurgica ferrosa e non ferrosa. Scopo delle attività di Ecotec è proprio quello di eliminare lo smaltimento in discarica di rifiuti, fanghi e residui contenenti ancora metalli o leghe metalliche estraibili e riutilizzabili.

 

I trattamenti termici dei rifiuti: sono davvero pericolosi per la salute?


Nonostante i rifiuti siano nati contemporaneamente alla presenza dell’uomo sulla terra e alla sua capacità di produrre oggetti, fino a pochissimo tempo fa questi non erano considerati un problema, perché tutto ciò che derivava dalla loro presenza non preoccupava né i singoli né i gruppi sociali.

Con l’arrivo delle società complesse, la nascita di veri e propri imperi, la quantità di rifiuti prodotta cresce a dismisura. Verrebbe da chiedersi, in epoca romana per esempio, dove e come venivano smaltiti. E la risposta è semplice. Non costituendo per la mentalità dell’epoca un problema, in nessun modo, semplicemente venivano gettati per le strade.

La consapevolezza collettiva che il rifiuto è un affare da “gestire” emerge solo nel medioevo quando si apprende che la diffusione di malattie ed epidemie è spesso collegata all’igiene e dunque al mancato smaltimento adeguato dei rifiuti.

Cambierà qualcosa? Molto poco. I rifiuti continuarono ad essere riversati nelle strade nonostante venissero emanate le prime norme che obbligavano i cittadini a gettare la spazzatura nel sottosuolo. Iniziarono a essere scavati dei “butti”, pozzi per i rifiuti prodotti nelle case. Siamo ancora a una gestione privata, familiare.

Per arrivare alla consapevolezza che ci fosse bisogno di una gestione invece collettiva e dunque “statale”, dobbiamo arrivare alla prima rivoluzione industriale. Perché è con la nascita di questi nuovi scarti che il concetto di rifiuto si collega al concetto di problema.

L’età moderna è segnata da due fenomeni che fanno quadruplicare la produzione di scarti: lo sviluppo industriale, come abbiamo già detto e l’incremento demografico che ne conseguì.

Vale la pena ricordare le primissime iniziative legislative in merito. In Inghilterra, il Public Health Act del 1848, la legge sulla salute pubblica la quale stabiliva “che fossero i locali uffici di sanità ad occuparsi del servizio. In Francia dobbiamo aspettare il 1883, quando fu emanato un decreto per “obbligare i proprietari delle case di Parigi a fornire ai loro inquilini un contenitore con coperchio per la raccolta dei rifiuti domestici”. In Italia, invece, a provocare l’interesse del legislatore sarà l’ondata di colera del 1884.

Abbiamo fatto un breve excursus storico per farvi meglio capire che la materia che tratta la gestione dei rifiuti è storicamente giovanissima e la produzione di questi ultimi è cresciuta in modo smisurato in pochissimi decenni. Ed è forse anche per questo che l’umanità si è trovata impreparata ad affrontarla.

Oggi però abbiamo tutti, come singoli cittadini e come Stati, ben chiaro che i rifiuti sono un problema che dobbiamo imparare a gestire. E soprattutto, qui arriva un nuovo concetto, dobbiamo saper smaltire.

Per conoscere la situazione attuale in Italia in merito ai rifiuti industriali, dobbiamo rifarci al Rapporto Rifiuti Speciali (ed.2021) dell’ISPRA, che riporta però i dati pre pandemia relativi all’anno 2019.

Partendo da questi numeri che fotografano molto bene la situazione, si orienterà il Piano nazionale di ripresa e resilienza. La sfida è quella di diminuire drasticamente la quantità di rifiuti speciali attraverso l’ottimizzazione dei cicli produttivi e la eco progettazione, applicando tecniche in grado di rendere i prodotti maggiormente riciclabili.

Il PNRR rappresenta un’ulteriore occasione per migliorare la nostra capacità di recupero dei materiali cercando di incrementare le prestazioni, anche energetiche, in campo edilizio – aveva sottolineato a giugno il Direttore generale dell’ISPRA Alessandro Bratti– Occorre potenziare e migliorare l’impiantistica per raggiungere gli obiettivi europei e per proporci sempre di più come leader a livello europeo nell’economia circolare”.

Ecco numeri che fotografano la situazione nel nostro Paese.

L’Italia ha prodotto 154 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, 10,5 milioni di tonnellate in più prodotte nel 2019 (come cresce il Pil cresce anche la quantità di rifiuti). Di queste 70 milioni di tonnellate sono costituite dai rifiuti provenienti dal settore delle costruzioni e demolizioni. I rifiuti speciali da prodotti chimici rappresentano, nel loro insieme, una percentuale pari al 13,2% del totale prodotto. Gli oli esauriti e i combustibili liquidi si attestano al 9,6% del totale. I rifiuti derivanti dalle operazioni di costruzione e demolizione, si attestano al 7,8% del totale prodotto. Quelli da processi termici si collocano al 5,9%, mentre i rifiuti dalla lavorazione superficiale di metalli e plastica al 4,9%.

Come recuperiamo e ricicliamo?

Ricicliamo materia dal 69 % dei rifiuti, solo il 7,3% è smaltito in discarica.

Recuperiamo il 78,1% attestandoci sopra l’obiettivo europeo di recupero (70% entro il 2020). Quindi siamo molto efficienti soprattutto su rifiuti da demolizione e costruzione.

Mentre per quanto riguarda i veicoli fuori uso siamo al di sotto di quanto richiesto dall’Europa in termini di recupero totale del veicolo (84,2% a fronte di un target UE del 95%).

Le attività di trattamento dei rifiuti ed il risanamento ambientale contribuiscono per il 25,1% (38,6 milioni di tonnellate) al totale dei rifiuti, mentre una percentuale pari al 18,9% è rappresentata dall’insieme delle attività manifatturiere (circa 29,1 milioni di tonnellate).

Situazione a livello territoriale:

La produzione dei rifiuti speciali si concentra nel nord Italia, con 88,6 milioni di tonnellate (pari al 57,6% del dato complessivo nazionale). In quest’area del Paese si trovano oltre la metà degli impianti di gestione, soprattutto in Lombardia, dove sono localizzate 2.180 infrastrutture, il 20,1% del totale nazionale.

Al Centro si producono 27 milioni di tonnellate (17,5% del totale), al Sud a 38,3 milioni di tonnellate (24,9%).

C’è poi un dato su cui dovremmo riflettere per impostare la nostra strategia di economia circolare anche in previsione proprio del PNRR: oltre un quarto dei rifiuti speciali sono “rifiuti da rifiuti”.

Parliamo di 38,6 milioni di scarti prodotti dalle attività di recupero e smaltimento e dalle attività di bonifica e risanamento ambientale. A questi vanno aggiunti i rifiuti del trattamento delle acque.

Se i rifiuti da costruzione e demolizione sono i primi del Paese, i secondi per quantità sono i “rifiuti da rifiuti”. C’è dunque qualcosa che non sta funzionando.

Bene ma non benissimo.

L’Italia è un Paese industriale che a livello europeo rappresenta un punto di rifermento per il riciclo con oltre due terzi dei rifiuti speciali che vengono recuperati.

Ma il sistema è molto fragile. Questo lo si evince dal dato sull’export che registra un aumento del 13,4% rispetto al 2018. Il 25% è diretto verso recupero energetico e discariche. Discarica e stoccaggi assorbono l’11% del totale dei rifiuti. Abbiamo dunque ancora difficoltà nel sistema dei trattamenti finali. In parole povere continuiamo a mandare all’estero quantità ingenti di rifiuti pagando altri Paesi del nord Europa perché li smaltiscano al posto nostro.

Anche in questa materia possiamo riscontrare uno squilibrio Nord e Sud importante. Nella sola Lombardia viene smaltito il 26% del totale rifiuti speciali italiani.

Dunque non solo la produzione ma anche la gestione di rifiuti speciali si concentra nel Nord Italia del Paese. Circa 6.000 sono gli impianti di recupero di materia, 81 gli inceneritori e circa 300 le discariche, 173 gli impianti di compostaggio.

Cosa significa questo?

Che inceneriamo pochissimo, solo 1,2 milioni di tonnellate e a coincenerimento 2 milioni di tonnellate. Ma, non perché siamo più bravi degli altri, semplicemente perché esportiamo verso inceneritori di altri paesi europei.

Perché agli italiani fanno paura gli inceneritori e i termovalorizzatori?

C’è qualcosa di irrazionale in questo timore ancestrale dei nostri concittadini verso gli inceneritori o il termovalorizzatori (i secondi non solo bruciano i rifiuti ma producono anche energia di cui avremmo molto bisogno visto che siamo uno Stato totalmente dipendente da altri Paesi, con tutto quello che comporta in costi economici e anche in geopolitica). Facciamo l’esempio di Brescia che alimenta così l’80% del riscaldamento di tutta la città. Non esiste nessuno studio che provi che a Brescia ci sia una maggiore incidenza di tumori o malattie respiratorie.

L’impianto di Bolzano, controllato al 100% da una società pubblica, la Eco-center è la dimostrazione tangibile, utilizzando una delle tecnologie più all’avanguardia nel mondo, che si tratta di stabilimenti sicuri e convenienti. Produce energia elettrica e termica in grado di riscaldare 10 mila alloggi e illuminarne 20 mila.

Le nostre vicine di casa, Germania e Francia, hanno il triplo dei nostri impianti e nessun problema di salute per i loro cittadini. Le paure sono sempre irrazionali, per questo politica e informazione dovrebbero aggiornare la popolazione sui nuovi traguardi della tecnologia. Il famoso inceneritore di Copenaghen, sopra cui si può sciare, (è alto 85 metri) ha emissioni molto al di sotto dei limiti di legge. E potremmo continuare all’infinito con esempi che ci provano quanto tempo, soldi e salute stiamo realmente perdendo.

Gli impianti termici non sono utili solo per i rifiuti urbani ma anche, forse soprattutto, per il trattamento dei rifiuti speciali. In Sardegna, il Gruppo Ecotec studia da oltre un decennio, presso il proprio Centro ricerche di Macchiareddu (Cagliari), l’applicazione di alcuni particolari processi termici, basata sulla tecnologia del plasma, per il recupero dei metalli e di energia dai rifiuti

A proposito di salute facciamo due esempi per capire quanto sia rischioso non concludere il ciclo di smaltimento all’interno dei nostri confini nazionali.

Come riportato nei quotidiani, nei giorni successivi al rogo di via Chiasserini a Milano, nell’aria si è diffusa una quantità di diossina fino a 100 volte il limite europeo consentito, con un picco 22 volte superiore il valore guida fissato dall’Oms (0,3).

Secondo esempio. Sapevate che i fuochi d’artificio di Capodanno a Napoli producono la stessa diossina di 120 termovalorizzatori in un anno?

Forse, in attesta che l’economia circolare diventi una realtà, sarebbe opportuno adottare impianti come quello di Bolzano, per evitare due cose: intossicarci con i roghi e dare alle mafie un motivo in più per arricchirsi.

L’economia circolare, una grande opportunità di sviluppo per tutti: dall’economia del cowboy a quella dell’astronauta.


Siamo nel 1966 quando l’economista Kenneth Boulding nel “The Economics of the Coming Spaceship Earth”, per la prima volta introdusse l’idea del Pianeta come una navicella spaziale, cioè un luogo con uno spazio limitato, con un quantitativo limitato di risorse e quindi anche di capacità di smaltimento dei suoi rifiuti.

E’ un documento rivoluzionario, perché Boulding per primo dichiara che la sopravvivenza dell’umanità è collegata proprio alla sua capacità di produrre, usare e custodire un bene, rigenerando i materiali che utilizziamo nella quotidianità.

Così secondo il teorico, dall’economia del cowboy che dispone di spazi sconfinati e risorse illimitate bisogna necessariamente passare a quella dell’astronauta che ha a disposizione spazi e oggetti illimitati.

L’economia circolare mette in discussione tutti i valori (o disvalori) che hanno dominato il ventesimo secolo. Prima che una rivoluzione economica è una rivoluzione mentale, un cambio netto del nostro modo di pensare la materia e il suo utilizzo. Ed è per questo motivo che il modello sta avendo ritardi nell’essere adottato in tutto il mondo. Perché cambiare il nostro modo di percepire lo spazio e il tempo in cui proiettiamo la nostra vita di singoli e quella di intere generazioni, non è un passo così semplice da compiere.

Per definire l’economia circolare non possiamo non partire dalla donna che con la sua fondazione meglio riesce a spiegarci l’importanza e la necessità di un modello di sviluppo che è l’unico realmente sostenibile per il pianeta.

Parliamo di Ellen MacArthur, la più giovane velista di sempre che nel 2005 ha circumnavigato da sola il pianeta. E’ considerata una vera e propria signora della circular economy. Racconta lei stessa: “Ciò che mi ha aiutato nella mia carriera di marinaia professionista e di sostenitrice di un’economia circolare è stato identificare ciò di cui sono appassionata, stabilire obiettivi chiari per arrivare più vicino possibile a soddisfare quella passione e perseverare, qualunque cosa accada. In mare è necessario comprendere il sistema complessivo. Ti rendi conto che ogni piccolo cambiamento nella direzione del vento, nella temperatura del mare o nella profondità dell’oceano avrà un effetto. Tutto è connesso. Questo non è diverso nella nostra economia”.

Dunque secondo la definizione della Ellen MacArthur Foundation l’economia circolare è: un termine generico per definire un’economia pensata per potersi rigenerare da sola. In un’economia circolare i flussi di materiali sono di due tipi: quelli biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera, e quelli tecnici, destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera. L’economia circolare è dunque un sistema in cui tutte le attività, a partire dall’estrazione e dalla produzione, sono organizzate in modo che i rifiuti di qualcuno diventino risorse per qualcun’altro. Nell’economia lineare, invece, terminato il consumo termina anche il ciclo del prodotto che diventa rifiuto, costringendo la catena economica a riprendere continuamente lo stesso schema: estrazione, produzione, consumo, smaltimento.

Trascorrere 71 giorni da sola in mare con nient’altro che il minimo indispensabile mi ha fatto capire il significato della parola finito. La barca era il mio intero mondo e tutto ciò che vi era contenuto era il necessario per la mia sopravvivenza. Ho dovuto gestire quello che avevo fino all’ultimo oggetto e mi sono resa conto che, proprio come la mia barca, la nostra economia globale dipende da risorse limitate”.

Si tratta della quarta rivoluzione industriale ed è un sistema economico che ha come obiettivo riutilizzare i materiali in successivi cicli produttivi, con lo scopo di ridurre gli sprechi.

Si basa su tre pilastri: riduzione, riuso, recupero. Per ottimizzare al meglio questo processo, dobbiamo fare nostri altri concetti. Il primo sta nell’immaginarci un prodotto come un servizio (aumentando quindi la durata della sua vita attraverso l’impiego in diverse funzioni). Il secondo è rappresentato dal materiale di nuova generazione, sostenibile e innovativo. Il terzo sta nell’idea di condivisione. Il quarto è la rigenerazione per una maggior durata della vita di quel prodotto.

Fino a oggi abbiamo usato il modello economico lineare. Che si basa sulla possibilità di accesso a grandi quantità di risorse naturali ed energia (che non abbiamo più) con la conseguente produzione di tonnellate e tonnellate di rifiuti che non siamo capaci di smaltire.

La transizione a un modello economico circolare è dunque necessaria se non obbligata. Questo processo infatti prende in considerazione tutte le fasi, dall’estrazione, alla produzione, al consumo, fino alla destinazione a fine vita. Con questo modello possiamo sfruttare ogni opportunità per limitare il dispendio di materia ed energia e ridurre al minimo la produzione di scarti e sprechi. Il tutto tutelando l’ambiente e creando nuove opportunità di crescita economica e sociale attraverso la valorizzazione territoriale.

Quanti rifiuti produce l’umanità ogni anno? Parliamo di 11 miliardi di tonnellate. Di queste il 75% viene destinato a discariche o a inceneritori. Solo il 25% è riutilizzato, destinato quindi al riciclo. Nel 2050 potremmo toccare 29 miliardi di tonnellate di rifiuti. È evidente che sia arrivato il momento, visti anche i cambiamenti climatici, di riutilizzare gli scarti speciali e urbani.

Come si stanno muovendo l’Italia e l’Unione europea? La Commissione Europea si è impegnata nel 2015 a virare verso un’economia circolare. In che modo? Obbligando i Paesi membri a riciclare almeno il 70% dei rifiuti urbani e l’80% dei rifiuti da imballaggio e a riusare quelli biodegradabili e riciclabili. Un pacchetto di norme che dovrebbe entrare in vigore dal 2030. La palla è quindi passata al Parlamento europeo che avrà un compito molto difficile. Armonizzare un sistema che va da quello eccellente tedesco (che ricicla il 66% dei rifiuti), alla pessima gestione della Repubblica Ceca (che non arriva al 30%).

L’Italia, che ha grandi speranze e progetti green con il suo Pnrr, è in un’ottima posizione nel quadro europeo. Basta consultare online il documento del Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare dal titolo: “Verso un modello di economia circolare per l’Italia” e ci si accorge che stiamo andando nella direzione giusta.

L’economia circolare è una grande opportunità anche per quanto concerne l’occupazione. La Commissione Europea prevede 580.000 posti di lavoro, di cui solo in Italia 190.000. Non solo, stimola la creatività delle imprese e si sta trasformando da necessità a opportunità di sviluppo.

La raccolta differenziata sta dando i suoi frutti? Sì. Nel 2014 sono state reimmesse sul mercato 10 tonnellate di carta, legno, vetro, plastica ed organico. Nel 2015 si è registrato un aumento del 2%.

L’11 Febbraio 2021 è stato approvato il nuovo Piano d’Azione dell’Economia Circolare. L’Europarlamento ha affermato che l’Economia circolare: “è la strada che l’Ue e le imprese devono seguire per restare innovative e competitive sul mercato globale, riducendo nel contempo la loro impronta ambientale”. Per mettere a punto questa svolta serve una riduzione dei consumi (che non intacchi però la crescità del Pil), un aumento parallelo dell’utilizzo circolare dei materiali, un forte sostegno alla crescita economica con manovre finanziarie capaci di aiutare i paesi a questa non semplice transizione. Ma la strada è ancora lunga, solo il 12% dei materiali utilizzati dalle industrie, sul territorio dell’Unione, proviene dal riciclaggio. La Ue ha anche pensato di normare la produzione e vendita di beni che per essere immessi sul mercato dovranno rispettare nuove regole sulla durata, non tossicità, fino alla riciclabilità e alla riparabilità. Le previsioni dicono che l’Economia Circolare farà aumentare il Pil europeo del 0,5% creando 700.000 nuovi posti di lavoro (green) entro il 2030.

Il Gruppo Ecotec processa rifiuti con soluzioni di economia circolare sin dai primi anni 2000. In particolare, presso la Assemini platform è installato, dal 2004, un impianto di soil washing con una successiva sezione di estrazione con solvente, denominata Ensolvex, per recuperare e reimpiegare i terreni contaminati da idrocarburi.

Attualmente, presso il Centro Ricerche Ecotec sono messe a punto soluzioni di economia circolare su misura per il Cliente, inerenti la produzione di nuove materie prime ed il recupero di energia dal trattamento dei rifiuti.

Che ci piaccia o no, non si tratta più di scegliere. La terra è un luogo finito, ora lo sappiamo e dobbiamo comportarci di conseguenza.